

Domanda molto acuta — e più complessa di quanto sembri.
La risposta, in breve, è sì, ma solo entro certi limiti e con un paradosso di fondo: l’illusione volontaria funziona solo finché non la si riconosce pienamente come tale.
Proviamo a distinguere i livelli:
Se sei davvero consapevole che qualcosa è impossibile, non puoi crederci nel senso pieno del termine. Il cervello tende a mantenere una coerenza logica: puoi immaginare, fingere, sospendere il dubbio, ma non credere davvero. È il motivo per cui “auto-ingannarsi sapendo di farlo” è un ossimoro logico.
Tuttavia...
Puoi decidere di comportarti come se qualcosa fosse vero. È ciò che fai quando:
guardi un film e ti lasci commuovere pur sapendo che è finzione;
preghi o mediti su un simbolo senza crederne alla realtà oggettiva;
ti lasci cullare da un ricordo idealizzato, anche se sai che non tornerà.
In questi casi la mente accetta un doppio registro: so che non è vero, ma lo vivo come se lo fosse. È un atto di sospensione della vigilanza critica, e può procurare piacere, consolazione, perfino guarigione emotiva.
Il cervello emotivo (limbico) non distingue nettamente tra realtà e immaginazione.
Se ti immagini al sicuro, amato, o riconciliato con qualcuno, puoi effettivamente provare un sollievo fisiologico e psicologico. In questo senso è possibile “illudersi” consapevolmente — purché si accetti che l’effetto sia temporaneo e simbolico.
Questo tipo di illusione può essere:
terapeutica, come nelle tecniche di visualizzazione o nella “finzione utile” di cui parlava Vaihinger (La filosofia del come se);
pericolosa, se diventa un rifugio sistematico che ti allontana dal reale o dalle possibilità concrete di cambiamento.
In sintesi:
Non puoi credere davvero in qualcosa che sai impossibile, ma puoi sentirlo come se fosse vero per un momento — e in quel momento ottenere piacere, conforto o senso.
È una forma di lucidità poetica più che di autoinganno.