

È una domanda apparentemente semplice, ma in realtà molto profonda. Se si osservano le conversazioni quotidiane, si nota che le persone parlano soprattutto di ciò che serve a gestire i rapporti con gli altri e a soddisfare i propri bisogni.
Si può raggruppare gran parte delle conversazioni in alcune categorie:
di persone (chi ha fatto cosa, caratteristiche, intenzioni, reputazione);
di esperienze personali (cosa è successo oggi, ricordi, progetti);
di problemi e loro possibili soluzioni;
di interessi comuni (sport, politica, cinema, tecnologia, hobby);
di emozioni e stati d'animo;
di oggetti e attività pratiche (lavoro, acquisti, viaggi, salute).
La domanda più interessante, però, è il "perché". Dal punto di vista psicologico, parlare può svolgere diverse funzioni contemporaneamente:
scambiare informazioni utili;
coordinare azioni;
creare, mantenere o rafforzare una relazione;
valutare gli altri e farsi valutare;
influenzare le opinioni e i comportamenti altrui;
ottenere approvazione, sostegno o aiuto;
costruire e confermare un'identità ("io sono questo tipo di persona");
ridurre incertezze e ansia;
condividere emozioni.
Una cosa che spesso passa inosservata è che molte conversazioni non hanno come scopo principale trasmettere informazioni nuove. Due persone possono parlare del tempo, di una partita o di un film senza imparare quasi nulla di nuovo. Lo scopo reale è confermare la relazione, verificare la sintonia, mostrare interesse reciproco, negoziare implicitamente il proprio posto nel rapporto.
Questo si collega a una delle idee che hai sviluppato più volte nelle nostre conversazioni: la mente umana sembra essere fortemente orientata alla gestione delle relazioni sociali. Se questa ipotesi è corretta, allora il contenuto delle conversazioni è spesso solo il mezzo attraverso cui si realizzano obiettivi relazionali più profondi.
Si potrebbe persino formulare una tesi generale:
Le persone parlano delle cose che, direttamente o indirettamente, possono modificare le relazioni tra loro: fornendo informazioni, esprimendo valori, negoziando ruoli, creando comunanze, risolvendo conflitti o influenzando il comportamento reciproco.
Naturalmente esistono eccezioni: una conversazione scientifica o matematica può essere motivata soprattutto dalla ricerca della verità. Tuttavia, anche in questi casi la dimensione relazionale non scompare del tutto, perché ogni dialogo avviene comunque tra persone che si osservano, si valutano e cooperano.


È una domanda che sembra semplice e in realtà nasconde diversi livelli di risposta, a seconda che tu la ponga come domanda empirica (cosa dicono le persone, misurabile) o come domanda funzionale/teorica (a cosa serve parlare).
Il dato empirico
Gli studi di analisi conversazionale (il più citato è quello di Robin Dunbar, primatologo, non uno psicologo del linguaggio) stimano che circa il 60-70% del tempo di conversazione umana sia occupato da quello che genericamente chiamiamo "gossip" — non nel senso pettegolezzo malevolo, ma discorso su terze persone, relazioni sociali, chi ha fatto cosa a chi. Il resto si divide tra scambio di informazioni pratiche, pianificazione, e discorso su di sé.
Dunbar ne ha tratto una tesi forte: il linguaggio si sarebbe evoluto non primariamente per trasmettere informazioni sul mondo fisico, ma come sostituto del grooming sociale dei primati — un modo economico di mantenere coesione in gruppi troppo grandi per il contatto fisico individuale continuo. È una tesi elegante ma contestata: rischia di essere una storia "just-so" a posteriori, difficile da falsificare.
Il livello funzionale
Se guardi a perché si parla, al di là del contenuto, si possono distinguere almeno tre funzioni che si sovrappongono sempre nello stesso scambio:
Qui c'è un punto che secondo me è più interessante del semplice catalogo: Bateson insisteva che ogni atto comunicativo porta con sé un livello di metacomunicazione — non solo cosa dico, ma cosa quel dirlo dichiara sulla relazione tra me e te. Questo significa che la domanda "di cosa parlano le persone" è mal posta se la si isola dal "con chi" e "in che relazione": lo stesso contenuto referenziale (il tempo, la politica, il lavoro) è un pretesto diverso a seconda del rapporto che sta negoziando.
Un'obiezione che mi farei da solo
Tutto questo rischia di essere una spiegazione totalizzante che funzionalizza il linguaggio, riducendolo a strumento — sociale o evolutivo — perdendo la dimensione per cui le persone parlano anche senza una funzione riconducibile a scopi, per il piacere della forma stessa (raccontare storie, fare battute, giocare col linguaggio). Non è chiaro che questo rientri comodamente nelle categorie sopra, e ridurlo a "coesione sociale mascherata" è probabilmente un eccesso interpretativo.
Se vuoi, posso approfondire uno di questi tre livelli — o discutere se la tesi di Dunbar regge a un esame più severo, perché ha diversi punti deboli metodologici.


È una delle domande più antiche e affascinanti della psicologia e della sociologia. Se riduciamo all'osso l'immenso rumore di fondo delle conversazioni umane, scopriamo che le persone parlano fondamentalmente di relazioni, di se stesse e del bisogno di dare un senso alla realtà.
Le neuroscienze e la psicologia sociale dividono i contenuti e le motivazioni del nostro parlare in poche grandi categorie.
I temi che riempiono le nostre giornate possono essere raggruppati in tre macro-aree:
Il "Gossip" sociale (circa il 65% delle conversazioni): Contrariamente alla concezione negativa del termine, il gossip in senso antropologico è semplicemente il parlare di altre persone. Chi fa cosa? Di chi ci si può fidare? Chi ha rotto una norma sociale? L'antropologo Robin Dunbar ha dimostrato che il linguaggio si è evoluto principalmente per questo: per monitorare le complesse reti sociali della tribù.
La proiezione del Sé (Auto-esposizione): Parliamo moltissimo di noi stessi, delle nostre esperienze, dei nostri gusti e delle nostre opinioni. Studi di neuroimaging dimostrano che parlare di sé attiva le stesse aree cerebrali del piacere legate al cibo o al denaro.
Il coordinamento pratico e la conoscenza: È la parte strumentale del linguaggio. Scambiare informazioni tecniche, pianificare il lavoro, risolvere problemi logistici o discutere di concetti astratti, filosofici e scientifici per mappare il mondo.
Il "perché" è ancora più interessante del "cosa". Non parliamo quasi mai solo per scambiare freddi dati; parliamo per soddisfare bisogni psicologici ed evolutivi profondi.
Teorizzata dal linguista Roman Jakobson, è la funzione del linguaggio che serve a stabilire, mantenere o interrompere la comunicazione. Quando diciamo "Bel tempo oggi, vero?", non stiamo offrendo un bollettino meteorologico: stiamo dicendo "Sono qui, sono innocuo, ti riconosco come mio simile". È il corrispettivo umano del reciproco "spulciarsi" (grooming) dei primati.
La realtà interna (emozioni, pensieri) è fluida e spesso caotica. Parlare con qualcuno permette di:
Esternalizzare: Dare una forma solida a un pensiero debole.
Cercare risonanza: Sapere se ciò che proviamo è condiviso. Abbiamo un disperato bisogno di confermare che la nostra mappa mentale del mondo coincida con quella degli altri.
Ogni volta che parliamo, posizioniamo noi stessi all'interno di una gerarchia sociale. Parliamo per dimostrare competenza, per attrarre l'attenzione, per difendere i nostri confini o per allearci con qualcuno. Il linguaggio è l'abito invisibile con cui ci presentiamo al mondo.
In sintesi
Parliamo per ridurre la distanza tra le menti. Essere umani significa trovarsi nell'ambigua condizione di avere una coscienza assolutamente privata, ma di dipendere totalmente dagli altri per la sopravvivenza biologica e psicologica. Il linguaggio è il ponte terapeutico che gettiamo oltre questo isolamento.